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Parisi era venuto al Senato i primi di febbraio 2007, più che altro per appuntarsi sul petto la medaglia di chi “portava a casa” una nuova base militare americana in Italia, in aggiunta a quelle imposte, 62 anni prima, dagli occupanti della nostra nazione sconfitta.

Ma vari fattori, complicarono la questione. Il leghista Calderoli, annusata l’aria delle riserve di una parte dei DS e di Rifondazione sul come si era posto Parisi, presentò un ordine del giorno di elogio e pieno sostegno al Ministro della Difesa, per contro, dopo ripetuti incontri della maggioranza venne fuori uno scarno testo di risoluzione che “prendeva atto” delle dichiarazioni del Ministro. La risoluzione Calderoli prese più voti di quella della maggioranza, poiché fu votata anche da alcuni senatori della Margherita.

Fu quindi un pesante smacco per il Governo.

D’Alema dopo pochi giorni dichiarò, alla stampa, che sarebbe andato lui di persona in Senato a sistemare le cose. Nel giro di pochi giorni giocò anche il jolly: “Se il 21 febbraio vado sotto, io mi dimetto”. A ruota, Napolitano: “Un governo, in politica estera, deve avere una sua autonoma maggioranza in Parlamento”. Ergo, se si dimette D’Alema, dovrà dimettersi anche Prodi.

Prima della puntuale ricostruzione di quella seduta, che qui esporrò, è utile anche considerare che :

  1. All’indomani del voto politico 2006, di fronte alla risicata maggioranza di Prodi in Senato, gli opinionisti e l’insieme dei media con La Repubblica di De Benedetti in testa, rilanciarono il modello della “Grosse Koalition”, sperimentato in Germania (giunto poi in Italia con i successivi ‘Governi Napolitano, non eletti’). Ma se il tema politico del dopo voto 2006 erano i soli 5 (cinque ) senatori di differenza, perché non venne offerta la Presidenza del Senato al PDL che la rivendicava ? Ciò avrebbe portato la differenza a +6, visto che il Presidente non partecipa alle votazioni. In verità le opposizioni rivendicarono la Camera, che era sempre servita per  la rappresentanza della opposizione (Pietro Ingrao, Nilde Iotti), ma Bertinotti minacciò sfracelli pretendendo il rispetto degli accordi con i DS e così il centrodestra spostò la sua richiesta di garanzia/visibilità sul Senato. Qui però a puntare i piedi fu Marini, supportato da quasi tutti i Popolari-Margherita.     Con l’elezione di Marini, la differenza scendeva a +4, che poi divenne di 2, con l’acquisto di De Gregorio, passato da IDV a Forza Italia, quindi, uno in più al CD e uno in meno al CS.

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    C’erano tensioni interne alla maggioranza, ma soprattutto tra la maggioranza e movimenti di popolo nel paese, sui temi del precariato, della guerra e nuova base militare USA a Vicenza, dell’ambiente, delle privatizzazioni e della distanza tra la casta dei politici ed il popolo (enorme successo del libro di Rizzo-Stella).

  3. I DS avevano platealmente invitato Casini ad entrare in maggioranza e un Bertinotti più preoccupato della sua poltrona di Presidente della Camera che dell’Italia, nel mese di febbraio 2007, aveva mandato messaggi di completa apertura, dietro al velo di un: “Purché non si stravolga il programma”. Follini era il ‘pontiere’ che per settimane, tra riunioni, pranzi e cene, aveva lavorato alla preparazione dell’allargamento della maggioranza.

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La mattina del 21, mentre in aula si sviluppava la discussione sulla relazione D’Alema, la capogruppo Finocchiaro mi fece chiamare e mi disse che le cose stavano precipitando.

“.. Mancano ancora Scalfaro e Pininfarina, la Montalcini non sta bene mentre la discussione sarà lunga; Andreotti non si sa cosa deciderà di fare (durante la seduta presentò una risoluzione per la liberazione del soldato Shalit, che ovviamente, tutti gli votarono, sia per ingraziarselo pensando al successivo voto su D’Alema, sia per non mettersi in cattiva luce rispetto alla potente lobby sionista-mediatica e bancaria, quel giorno presente anche in tribuna oltre che in aula con i suoi senatori), Cossiga è imprevedibile, ma ha già parlato con D’Alema ..”, e alla fine, “Vedremo quale situazione si presenterà dopo la replica…”; poi mi consegna ad un suo collaboratore che, numeri alla mano, simula varie ipotesi sulla votazione per indurmi a votare a favore.

Dopo un po’ la Finocchiaro ritorna e dice che gli altri voti dei senatori contro la guerra sono già garantiti, siamo rimasti solo io e Turigliatto che ora abbiamo la responsabilità sulla vita del Governo.  Così le ricordo che 20 giorni prima noi senatori contro la guerra, avevamo preso contatto con il Ministro Chiti (che era stato garante dell’accordo dell’autunno 2006, per avere il nostro voto a favore delle missioni di guerra, in cambio di un ritiro programmato fissato in 9 punti, oggetto di altrettante mozioni accolte, e poi, dopo 1 anno, ‘tradite’  dal governo) chiedendo  al Governo di mettere il ‘voto di fiducia’.

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Con l’istituto del voto di fiducia, l’oggetto del voto non sarebbe più stato “Restiamo in guerra, nuova base militare americana e nuovi accordi militari con Israele”, ma sarebbe diventato “Governo si, o governo no”. Chiti ci rispose allora ( e Franceschini, capogruppo DS/Margherita alla Camera, me lo confermò personalmente) che era una discussione aperta, che anche nel Governo c’era chi voleva mettere la fiducia, ma che sarebbe passata la scelta di non farlo, sia per non forzare i lavori del Parlamento con troppi voti di fiducia (Napolitano era irresoluto ?!), sia perché mettendo la fiducia si sarebbe impedito il voto a favore dei “non componenti della maggioranza” (!?), in effetti sulla guerra, sia Blair, in Inghilterra, che Shroeder, in Germania, avevano avuto maggioranze trasversali, per supplire alle astensioni ed ai voti contrari delle sinistre e dei pacifisti dei loro parlamenti.

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Nel salutare la Finocchiaro ribadii che non ci sarebbe stato verso di farmi votare a favore della guerra, al massimo avrei potuto non partecipare al voto, in modo da ridurre il quorum da raggiungere, come avevo visto nelle varie ipotesi fattemi dal suo collaboratore.

Nel dibattito in aula, molti senatori della maggioranza, almeno 7,  avevano intanto espresso critiche durissime alla relazione; l’UDC le cavalcò per dimostrare che quella era la debolezza del Governo Prodi ed esprimendo grande apprezzamento per D’Alema che, così dichiararono in aula,… ‘aveva costruito un ponte verso la politica estera dei governi democristiani’.

Cossiga invece non terminerà l’intervento, chiedendo di metterlo agli atti…così non udii in aula quanto lessi solo l’indomani in segreteria e che ognuno può andare a leggere negli atti parlamentari.

 … “Vedo che lei va affermando erroneamente che i nostri militari in Afghanistan prendono ordini solo e soltanto dai comandanti italiani. Sembra che lei, e me ne duole, abbia dimenticato ormai le nozioni fondamentali sulla catena di comando della NATO, che così ben aveva appreso a Palazzo Chigi, ai tempi dell’intervento unilaterale degli Stati Uniti contro la Repubblica di Jugoslavia, quando lei con grande coraggio schierò l’Italia accanto all’alleato d’oltre Atlantico, e anche autorizzò i duri e spietati bombardamenti aerei contro Belgrado e le fondamentali infrastrutture militari e civili serbe, bombardamenti che dopo trentasette duri giorni piegarono, grande successo della politica democratica del celebrato duo “unilateralista” Clinton-D’Alema, il Governo comunista di Milosevic, e portò all’occupazione del Kosovo, occupazione che ancora oggi dura. E a quei bombardamenti parteciparono, per volontà e decisione del Governo, con decisione e perizia, numerosi aerei dell’Aeronautica militare e della Marina militare, i cui comandanti ed equipaggi ella, con grande dignità, ringraziò per il coraggio e la professionalità da essi dimostrata nella sua, mi creda, dai nostri militari non dimenticata visita alla base di Gioia del Colle”…,”Rimarrò quindi idealmente, signor Ministro, al “centro”, anzi al centro-sinistra con il trattino, come ai tempi del suo Governo, di questa Assemblea, e voterò caso per caso, secondo quello che sarà il mio convincimento, libero da vincoli anche solo di amicizia politica, ma senza venire meno ai vincoli di amicizia personale che mi legano a molti, e a lei in primo piano, signor Ministro, che militano nel centro-sinistra”.

Al ritorno dall’incontro con la Finocchiaro informai subito il sen. Boccia, segretario d’aula, della mia decisione di non partecipare al voto, lui mi batté una mano sulla spalla dicendomi che se proprio non ce la facevo a votare a favore della guerra, quella era la scelta giusta, e aggiunse che era preoccupato perché mancavano ancora Scalfaro e Pininfarina. Ad una mia domanda rispose che se gli altri senatori ‘contro la guerra’ avassero votato a favore, il Governo sarebbe passato, anche perchè con Pininfarina eravamo sicuri, garantiva D’Alema; tra Cossiga e Andreotti, dopo la replica un voto sarebbe arrivato, mentre l’altro poteva anche non partecipare al voto.

Nei giorni successivi pensai che lui, o era un bugiardo patentato o non sapesse nulla della torta che era stata preparata per far cadere il Governo.

Terminato il dibattito, arrivarono le conclusioni di D’Alema.

Prima disse che non voleva i voti della minoranza perché la sua politica estera era in discontinuità con quella praticata dai loro governi (ma se ci avevano detto  di fiducia per avere l’appoggio anche da settori della minoranza !?);  poi, mentre nella relazione aveva glissato su Vicenza, dicendo che il Senato ne aveva già discusso con Parisi, disse addirittura che la nuova base era un necessario allargamento dell’altra base americana già esistente, e  ‘In cauda venenum’ concluse: “Chi condivide la politica estera del Governo la voti, chi non la condivide voti contro, anziché dire che la sostiene dicendo che è un’altra da quella che è !”

Ci siamo cercati con gli sguardi, tra tutti i senatori contro la guerra più, altri “simpatizzanti” (gli stessi che durante la giornata, dentro e fuori dall’aula ci avevano rassicurato che nelle conclusioni avremmo potuto cogliere gli aggiustamenti di tiro che, grazie alla loro mediazione, si erano  ottenuti e tra questi l’exit strategy dall’ Afghanistan, cioè quello che gli avevamo già chiesto e non ottenuto nel 2006), e gli sguardi attoniti e stralunati, esprimevano chiaramente un : “Ma che c…o sta dicendo !?!”

Poi ci furono le dichiarazioni di voto. (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=15&id=253523);

questa la registrazione della mia

(http://video.google.com/videoplay?docid=-5869184715324334471); successivamente, in un clima tesissimo si passò alla votazione, allora sfilai la mia tesserina, risultando assente.

Assente risultava anche Turigliatto, uscito dall’aula (e solo l’indomani verificai che assenti in Congedo (!) risultavano pure i senatori di maggioranza: Scalfaro e Vernetti. Un’altra domanda mi sorge spontanea: perché in aula non lo sapeva nessuno?)

Durante il voto “elettronico simultaneo”, man mano che sui due pannelli che danno conto delle espressioni di voto dei singoli senatori, si accendevano le luci verdi “a favore”, rosse “contrari”, bianche “astenuti”, si moltiplicarono le pressioni per farmi votare a favore (tralascio tutte le espressioni usate, e gli oggetti tirati, tra i lanciatori notai Rosa Calipari, eletta in Senato per ‘compensare’ l’uccisione in Iraq del marito Nicola, agente dei servizi italiani, da parte dei militari USA).

Intanto Marini non chiudeva mai la votazione elettronica…durò quasi 5 minuti … in Senato non era mai successo e non successe più!

Durante questi minuti, qualche senatore convinto che i giochi fossero già fatti senza doversi esporre e lasciando il cerino in mano alla sinistra interna alla maggioranza, si accorse, o gli fu fatto notare che, invece, il Governo rischiava di farcela, così all’ultimo secondo del lungo recupero stabilito dall’arbitro Marini, si accesero due lucine rosse (voto contro) sul tabellone elettronico (ci sono i filmati), di fronte agli scranni di Andreotti e Cossiga.

Marini, lesse il risultato della votazione: “Proclamo il risultato della votazione nominale con scrutinio simultaneo (sic), mediante procedimento elettronico: Senatori presenti 319; senatori votanti 318 (perché Marini non poteva votare); maggioranza 160; favorevoli 158; contrari 136; astenuti 24, il Senato non approva”. Quindi, per chi non è idiota, se io e Turigliatto avessimo votato a favore, il risultato sarebbe stato: senatori presenti 321, votanti 320, maggioranza (votanti/ diviso 2/ +1) 161, favorevoli 160…..il Senato non approva !!

Pochi minuti dopo scattò la campagna che era già stata preparata e si sprecarono cronache e notizie d’agenzia sui due senatori che avevano fatto cadere il Governo. Una campagna indecente a cui presero parte anche i media ferraresi a guida Franceschini (DS-Margherita), L’Unità, il Carlino la Nuova Ferrara, Telestense e le varie radio ex DC.

Mentre Prodi andava da Napolitano per le dimissioni, l’UDC emetteva un comunicato che poneva il tema dell’allargamento della maggioranza e faceva circolare i nomi di nuovi Presidenti del Consiglio che loro avrebbero votato: Marini, Amato, Dini o altra figura “tecnica”.

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Poco prima di mezzanotte, Napolitano decise a sorpresa  di non accettare le dimissioni del Governo Prodi, rinviandolo alle Camere.

Sarebbe un bel pezzo del puzzle, sapere chi fece cosa, in quelle frenetiche ore (da Berlusconi all’Ambasciata USA, dalla Superloggia massonica a Israele, dal Bilderberg alla Trilaterale, ecc..) ma la sostanza fu il dietrofront di Casini e un flop dell’imboscata a Prodi.

Alle prime luci dell’alba l’UDC emise un comunicato in cui prendeva atto del mutato clima politico e si sganciava dagli sviluppi della crisi.

Le camere votarono la fiducia, con la maggioranza che con l’arruolamento dello ‘scafista’ Follini, dalla minoranza alla maggioranza, tornava a +4,  e con Prodi che successe a se stesso.

A luglio, il Governo Prodi superò la seconda imboscata, preparata da Dini, ma poi cadde alla terza, ordita nel gennaio 2008.

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Questo assalto decisivo fu ‘corale’, da ‘Anno Zero’di Santoro al Corriere, ma testa d’ariete fu il gruppo editoriale L’Espresso di proprietà di De Benedetti (tessera n°1 del neonato veltroniano PD) che sviluppò una ampia campagna mediatica contro il Ministro Mastella e sua moglie, rei dei medesimi reati/comportamenti clientelari (nomine di presidenti USL e primari ospedalieri di ‘fiducia’) di tutti gli altri partiti del centrodestrasinistra.

Mastella e quasi tutti i suoi uscirono dalla maggioranza e Napolitano sancì la crisi.

Marini fu incaricato, insieme a Bianco, di condurre le false consultazioni sulla ipotesi di dar vita al un ‘Governo tecnico’, con il solo compito di fare la Riforma Elettorale e gestire  l’ordinaria amministrazione. Il mio colloquio con loro fu molto strano, e quella che credetti rassegnazione, si rivelò condivisione della strategia Napolitano-Veltroni.

Infatti, al rientro dalla consultazione, mi fermai a pranzo in un ristorante della zona e lì mi capitò di udire il famoso Scarpellini parlare (a voce alta per vantarsene), con la segreteria di Veltroni che gli aveva chiesto contributi per un concerto (non so se fosse Odovaine), da cui io, il titolare  e altri astanti apprendemmo che l’indomani Veltroni  si sarebbe dimesso da Sindaco di Roma per candidarsi a Premier nelle ormai certe elezioni politiche anticipate.

La trombatura di Marini alla  Presidente della Repubblica non è che la minima parte del conto che lui e i suoi complici dovrebbero pagare per le trame di palazzo con cui ci hanno preso in giro

(nonostante Renzi, che l’ha bocciato, e Mattarella che ha preso il posto che a lui avevano promesso, non siano persone e politici diversi e/o migliori di lui).